Carrara, Mudac, 2024








Testo di Federico Giannini
La delicatezza lirica dell’arte di Gabriele Landi si cela dietro le forme di un’astrazione geometrica ch’è continuamente in grado di ripensarsi, di reinventarsi, fino quasi a negarsi per mutarsi in qualcos’altro, con esiti sempre nuovi, inattesi, sorprendenti. Un’astrazione geometrica che, con Alle montagne, giunge a un’inedita monumentalità, nuova espressione di quella sua ricerca situata, fin dagli esordi, in una zona di confine tra la pittura e la scultura senza mai esser né l’una né l’altra. L’omaggio che Landi rivolge ai monti di Carrara s’esprime per mezzo d’una trama di segni che dà continuità a un filone d’indagine recentemente inaugurato dall’artista ligure: trasformare la superficie in spazio attraverso il segno. Nella sua nuova opera, una tessuto d’aperture sui grandi fogli di carta Fabriano evoca l’orografia delle Apuane con uno schema fatto di proliferazioni, diradamenti e progressioni che compone un racconto privo d’una narrazione precisa, intesa in senso letterale, ma presente nel modo in cui il richiamo alle montagne prende vita. Una scrittura, sostanzialmente. Una scrittura lenta, meticolosa e paziente che fonde suggestioni derivanti da una personale interpretazione dell’optical, dello spazialismo, del segno (s’intravede l’eco lontana d’una Dadamaino, d’un Castellani, d’una Blank), per dar forma a un paesaggio articolato, tridimensionale pur non uscendo dalla seconda dimensione, ordito tra le pieghe della carta e sopraffatto infine da un colore che come sempre, nelle opere di Landi, è una sorta di forza energica, motivo che contribuisce a distinguere con forza la sua ricerca dalla tradizione lungo la quale si colloca per rinnovarla, oltre che elemento in grado di far tornare a una dimensione immateriale quella sua geometria trasfigurata in paesaggio. Segni e aperture che diventano valli, vette, cave, ravaneti, la carta che assume la consistenza della montagna senza uscire dalla seconda dimensione, il colore che riconduce il riguardante a quell’astrazione da cui tutto è partito. In uno dei suoi Saggi sul paesaggio, Georg Simmel scriveva che “il paesaggio contiene […], già nella sua realtà immediata, un elemento affine all’arte, un tratto di autosufficienza e di intangibilità, col quale ci libera interiormente, scioglie le nostre tensioni, ci trasporta oltre i limiti di un destino momentaneo”. L’arte di Landi cattura questo senso d’intangibilità per esprimerne l’idea col tramite della sua raffinata astrazione.
Testo di Cinzia Compalati
Carta, ossimoro, rosa.
Queste sono le tre parole che in sintesi raccontano il lavoro degli ultimi anni di Gabriele Landi: la carta Fabriano è quella scelta per dare forma alle sue sculture al contempo leggere, dinamiche, carnose e aeree; l’ossimoro la figura retorica spesso utilizzata nei suoi titoli, quella che meglio svela i doppi significati delle opere, mai univoche e sempre con un potenziale divenire; il rosa, un colore artificiale, persistente negli occhi, declinato – stratificandolo – in modo espressivo e lontano dai cliché del femminino.
Alle montagne – come tutti i lavori dell’artista – nasce dal disegno e dalla necessità di ragionare prima su un taccuino che nello spazio lasciando che il progetto prenda naturalmente vita.
Installazione inedita esite specific per il mudaC, è un omaggio a Carrara e si ispira al Testamento del capitano, drammatica canzone degli alpini che evoca un forte senso di appartenenza a quei luoghi.
In questo lavoro Landi sperimenta nuovi volumi – più grandi dei precedenti che risentivano dei limiti statici del medium scelto – che invadono la project room e meglio trasmettono l’imponenza delle montagne.
Ci troviamo di fronte a una sorta di mappa cartografica, epidermica, sviluppata nelle tre dimensioni, dal colore vibrante che ricorda il bagliore del marmo sotto al sole, realizzata con la pazienza di un ricamo che ricava nuovi spazi dagli intagli dell’artista.
Osserviamo così un paesaggio che ha perso la prospettiva occidentale per aprire finestre interiori e riflessioni intime.
Gli fa da contraltare una installazione di segno opposto, anche cromaticamente, che – in una posizione specchiante – rappresenta il riflesso di quelle montagne, la valle, che porta con sé segni antropici sull’elemento verticale e presenze umane che si affacciano come sull’acqua.
Una project room che non vuol essere solo un cameo ma un chiaro segnale di come Carrara Città Creativa UNESCO possa essere un centro di produzione e divulgazione della scultura non solo in marmo.