Artist writings

“Work in progress” 2025 (Inedito)

Progredendo questo lavoro mi prende sempre più, lo vivo come un’intensa fase erotica. Non ho parole più calzanti per dare un’idea di quello che sto vivendo. Il lavoro mi prende come un’eccitazione sessuale, come un orgasmo senza fine che eccita la mia immaginazione e compiendosi sotto le mie mani mi avvolge sensale nella sua vitale fragilità e lacerante sensualità. Questa sensazione è molto forte e la risento fisicamente.


La materia di questi lavori ha una sua centralità assoluta, cosa che non mi era mai successa. Fino ad oggi mi sono limitato, nel lavoro con gli intagli sulla carta, al aprire delle feritoie, delle piccole fessure molto fisiche che nel loro insieme danno vita a delle immagini.

In questi nuovi lavori ho deciso di aprire integralmente i quadrati che disegno sul retro dei fogli, che uso come guida per realizzare le mie opere. Procedendo in questo modo alcuni pezzi si staccano dal foglio ed altri rimangono appesi come brandelli, rendendo il lavoro estremamente effervescente.   La materia del foglio, fatta di tanti piccoli quadratini di carta, vibra e sembra sbocciare e fiorire sotto i colpi della mia lama, agitandosi ed eccitandosi, di fatto creando una sorta di relazione erotica che stimola il mio desiderio sia sul piano mentale che su quello fisico. Il colore concorre ulteriormente a mettere in moto questo meccanismo rendendo il tutto più vivo e più ricco.

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“Racconto di un lavoro – Rotolo” 2025 Scritto per la mostra Epicocene Fest 70 volte 7 libri d’artista a cura di Concetta Modica presso la Bibblioteca Civica S. Quasimodo, Modica (RA)

Una sera di qualche mese fa mi ha chiamato Concetta Modica per chiedermi se avevo mai fatto dei libri d’artista. No! Le ho risposto, ma pensandoci potrebbe essere un’idea. Ma perché me lo chiedi? Così lei mi ha parlato del progetto di questa mostra che stava organizzando a Modica. Quando ho messo giù il telefono mi sono detto e ora che faccio? Non ho mai lavorato su questo principio e in verità conosco ben poco l’ambito di riferimento così mi sono detto mah ci penserò e se mi verrà una buona idea su cui varrà la pena ragionare la seguirò. Nei giorni e nei mesi seguenti la telefonata niente, proprio niente…  Non avevo idea! I libri mi piacciono molto, ma l’idea di farne un io trovavo che mal si addicesse al mio lavoro. Pagine che si sfogliano attraverso le quali si sviluppano racconti, nascono immagini proprio non riuscivo ad entrarci dentro. Mi piaceva l’idea di qualcosa la cui fruizione imponesse il ritmo della lentezza, una specie di romanzo che avesse un suo sviluppo e che si potesse “leggere” senza soluzione di continuità.

L’idea delle pagine con le loro interruzioni proprio non mi andava giù. Così ho pensato al Leporello, ma tutti quelli che avevo in mente erano piegati a fisarmonica e la cosa non mi piaceva affatto  Per chiarirmi le idee ho parlato dei miei dubbi con una persona a me molto cara che conosce l’ambito. Questa persona mi ha raccontato che il Leporello per essere letto in passato veniva svolto verticalmente davanti alle persone che ne ascoltavano la lettura. Ecco allora che arriva l’idea! Fare un rotolo stretto e lungo (27 cm x 1000 cm) chiuso in una struttura trasparente che ne consenta la visione integrale, srotolandosi ed arrotolandosi tramite la rotazione di due cilindri trasparenti che girando su se stessi ne consentano la visione integrale.  Un rotolo come quelli degli antichi papiri Egizi scritto con una sorta di calligrafia incomprensibile fatta di piccole fessure che si susseguono sulla superficie del rotolo da cima a fondo avvolte saturando lo spazio a disposizione avvolte diventando quasi un filo impercettibile.

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“Perché rosa?”, 2025 (testo inedito)

Perché rosa? Ormai mi sono abituato a questa domanda, che da qualche anno a questa parte mi perseguita, e per la quale ho  messo appunto una risposta, che recito a memoria, che ora non mi va di ripetere, anzi questa occasione mi spinge a rimetterla  in discussione a nutrirla di nuove sostanze.  La risposta infondo  è semplice potrei dire ho incontrato questo colore come si incontra un amico che conosci da molto tempo  e come succede con gli amici di lunga data ti ritrovi subito anche se non ti vedi da molto tempo, così è successo a me con il rosa. Un’giorno, mentre cominciavo ad usare la carta nei miei lavori, ho ritrovato questo colore che ben si accompagna a questo tipo di situazione. Ma dietro a questa dichiarazione di comodo devo dire che si nascondono altre cose intanto per iniziare anche senza guardarlo con troppa attenzione ci si rende conto che il colore che uso in realtà è sempre diverso varia per tonalità per saturazione si potrebbe più facilmente parlare di gamma cromatica che di un solo colore. Spesso in questa gamma compaiono altre tonalità come il verde, l’arancio, il giallo, il viola, l’ azzurro… tanto che in realtà mi piace pensare più ad una specie di non colore che ad una tinta definita.  Quando dipingo parto dai colori fluorescenti  che hanno nomi roboanti: Rosso Fuoco, Viola Bengala, Arancio Vivo… Questi colori li stendo sulla superfice del supporto fino a farli cantare,  poi li smorzo intervenendo per velature successive con una mescolanza di bianco e colori fluorescenti che variano per consistenza e cromia finche non trovo la giusta tensione. Questo da ai colori che impiego una strana tensione che li porta verso qualcosa che mi sembra a metà strada fra il naturale e l’artificiale. Della carte che impiego  mi pace la consistenza ruvida e grinzosa come se fosse una pelle ed è forse anche in questa suggestione semplice che trovo un altro buon motivo per parlare del rosa. C’è poi la questione del riverbero dei colori fluo, che uso anche per dipingere il retro dei mie  fogli, e che quindi si espande sul muro circostante con l’idea di una pittura che acquista un corpo proprio e attraverso di esso conquista una sua dimensione spaziale. Che cosa c’entra il mio pseudo rosa in tutto questo è semplice fra tutti i colori è quello che meglio accompagna questo tipo di situazione. Se poi devo andare a trovare dei precedenti credo che quello che mi sta più a cuore e quello di Giambattista Tiepolo, che nelle sue mirabolanti messe in scena e spesso ricorso a questo colore. Non mi sono mai piaciute le liste della spesa ma un altro nome lo voglio fare ed è quello di Giorgio Morandi. Qualcuno si potrebbe chiedere perché questi due nomi così distanti quale mente li possa avere messi insieme e bene la mente è la mia e vi posso garantire che con entrambe questi grandi artisti proprio per motivi di “rosa” sento di avere degli enormi debiti che non finirò mai di pagare.

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“Altrove” testo scritto per la mostra Raggio Verde a cura di Michela Eremita presso il Museo Nazionale dell’Antartide, Siena 2024/2025

L’dea di mappare un luogo sconosciuto da me percorribile solo con l’immaginazione è qualcosa che mi affascina da sempre. Così quando a febbraio di quest’anno Michela Eremita mi ha proposto di lavorare all’interno degli spazi del Museo Nazionale dell’Antartide a Siena nell’ambito del progetto Raggioverde ho pensato che mi sarebbe piaciuto provare a mappare un paesaggio immaginario che attraverso la sua orografia riuscisse ad evocare l’idea dell’Antartide.  Antartide, di tutti i continenti sicuramente quello che mi è più difficile immaginare ed è proprio per questo motivo che la sfida si è interessante. 

Cosi mi sono messo al lavoro nei mesi estivi. Volevo partire di petto senza fare progetti o avere idee predefinite. Ho preso un grande foglio di carta 340x 140 cm ed ho cominciato a disegnare una griglia di quadratini di 0,5×0,5 cm intervallati fra loro da strisce di 0,2 di larghezza x0,5 di altezza. Procedo srotolando progressivamente il foglio, sul mio tavolo da lavoro. Riesco a lavorare a porzioni di pochi centimetri al giorno. Di volta in volta dopo aver disegnato la griglia decido quali quadrati aprire e quali no.  Procedo con un piccolo taglierino ed apro i quadrati su tre lati. Nella scelta di cosa aprire e cosa no mi faccio guidare dall’idea della mappa. Il tavolo su cui lavoro è grande ma non abbastanza da avere una visione d’insieme di quello che sto facendo così il mio è un procedere alla ceca un po’ come un marinaio che bordeggiando la costa naviga in un luogo di cui non esistono mappe, un territorio inesplorato, un altrove, in cui perdersi.

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“Una limpida memoria” 17 settembre 2022 (Inedito)

Ci sono ricordi di cui si conserva una limpida memoria nel tempo è il caso di questa foto, datata, dicembre 1975, Trieste.

Avevo compiuto da poco 4 anni, all’epoca disegnavo solo in bianco e nero. Ero rimasto colpito dalla potenza del carboncino che mia zia, studentessa all’Accademia di Belle Arti, mi aveva fatto usare nei mesi estivi.

Una volta tornato a scuola avevo iniziato ad usare solo il pennarello nero. Non è difficile immaginare che le maestre avevano visto subito in questa mia scelta una stranezza da guardare con sospetto.

Arriva il periodo Natalizio e all’asilo, una mattina, si presenta il fotografo per le rituali foto ricordo. La mia maestra, decide che per la foto di Natale ogni bimbo verrà fotografato con il suo disegno natalizio rappresentante la natività. Io naturalmente faccio il mio, con il nero ovviamente.

Arrivato il momento fatidico dello scatto, mi siedo davanti al fotografo, con il mio disegno. La maestra sgrana gli occhi e dice: “Ferma! No, no questo disegno non va bene! Va sostituito con un disegno normale, fatto bene, con dei bei colori.”  Detto fatto il mio disegno viene prontamente cestinato e sostituito con quello di una compagna di cui ricordo ancora il nome, Debora.

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Leggerezza”, 2023 (Inedito)

Leggerezza è per me la capacità di sottrarre peso all’esistenza attraverso piccoli atti sovversivi, invisibili ai più, che richiedono una prassi quotidiana ed una dedizione totale.

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Scritto su G.B. Tiepolo”, 2021 (Inedito)

Da subito mi ha conquistato la meraviglia. Vedere qualche metro sopra la mia testa una quadriga di cavalli, rampanti, che trainano un carro governato da Apollo è uno vero spettacolo. Sul carro, del dio del sole, è seduta una fanciulla dai natali nobili e tutto intorno putti alati e una miriade di altri personaggi, sospinti verso l’alto da vaporose nuvole, il tutto si staglia su un cielo striato di rosa, azzurro e giallo.  I corpi dei personaggi sono avvolti da stoffe cangianti e alcuni di loro brandiscono bandiere ed insegne agitandole nel aria. Seguendo lo zig zag delle linee spezzate, che costruiscono lo scheletro di questa mirabolante macchina scenica, salgo anche io verso l’alto. Mi sembra quasi di poter  toccare, le nuvole, i tessuti  salgo ancora ed ecco  il carro, i putti in un crescendo esaltante e poi ancora più in su, rapito dal ritmo compulsivo e veloce delle pennellate, rimbalzando fra i guizzi di luce degli abiti e il variopinto piumaggio di un pappagallo che si libra in volo sopra di me. Improvvisamente girandomi, in una delle tante piroette a cui mi costringe il turbine dei colori, con la coda dell’occhio vedo per la prima volta quello che sta sotto di me un vuoto di senso enorme incommensurabile si offre al mio sguardo in tutto il suo squallore.

Non so dire con esattezza quanto il mio lavoro sia debitore al linguaggio di Giambattista Tiepolo so solo che quella vertigine fortissima cavalcata con leggiadria incosciente è una fra le cose che più mi sono rimaste addosso.